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domenica 19 agosto 2012

Alexander Callister: « Io non ho un buon rapporto con l’amore ».

"Non so, non so nemmeno io a cosa credano le persone innamorate. A qualunque sciocchezza, a quanto pare." [Capitolo 12]

Bene, comincio questo post citando una frase del mio personaggio preferito, e quindi - finalmente - presentandovelo anche un po'.
Ian Somerhalder as
Alexander Callister.
*sbava copiosamente*
Alexander Callister è senza dubbio il Mio Personaggio.
Ha i capelli neri, gli occhi azzurri.
Ha un super antipaticissimo sarcasmo che accompagna ogni sua frase, ogni sua idea. Ha una rabbia verso il mondo che è così... tenera. (?)
Non vuole saperne d'amore, d'affetto; l'unico sentimento che conosce è l'ira per coloro che l'hanno costretto a leggere la sua Pergamena. Consapevole di tutto ciò che gli succederà nella sua vita, non può fare a meno di dare tutto un po' per scontato - e anche questo è un motivo per cui non può fare a meno di detestare il mondo.
Credo che Alexander abbia tantissimo di me. Ha tutto ciò che io cerco di nascondere, almeno, per non rischiare di diventare un'emarginata sociale. Una volta che ho creato questo personaggio, comunque, non ho potuto farne a meno - a volte lo sogno, davvero! Per me la sua vita è ciò di più importante che io abbia mai creato. Bramo di desiderio di scrivere di lui, a volte vorrei cancellare tutto e ricominciare scrivendo dal suo punto di vista, anche se so che non è possibile.
Io che muoio dalla voglia di scrivere
di Alexander.
« Io non ho un buon rapporto con l’amore. [...] Ho imparato ad annullarmi anche davanti ad esso, mi dispiace. Non posso consolarti ». [Capitolo 13]
 Niente amore per il povero Alexander?
Sinceramente, nel suo Destino c'è scritto il contrario - non vi spoilero altro, u.u - eppure sembra proprio che questo suo contrasto con i sentimenti sia instaurato dentro di lui così a fondo che è difficile poter credere che si innamorerà veramente, durante il corso della saga.
Mi piace anche per questo, per il suo rifiuto a cedersi ai battiti del suo cuore: è una cosa che ho vissuto anch'io - seppur nata in situazioni completamente differenti - e quindi scriverla per me è stata anche una sorte di liberazione personale.

Ma la cosa che trovo più interessante di Alexander è la sua determinazione a voler permettere al Destino di realizzarsi: anche quando potrebbe cambiarlo, anche quando non è del tutto positivo, lui vuole che si realizzi. Combatte perché si realizzi, anche quando mette a rischio se stesso o altre persone.
Alexander è un fautore del Destino per eccellenza. *si inchina*

Beh, ecco, volevo presentarvi Alexander da un bel pezzo. Potrei citarvi tantissime altre parti che lo vedono protagonista, ma credo che sia meglio non annoiarvi troppo. Sappiate che è un personaggio veramente interessante, per come la vedo io - okay, sono di parte, essendone la creatrice... ma vi giuro che non è così scontato come ragazzo.
Inizierò pian piano a presentarvi anche gli altri personaggi, con due citazioni e due parole per ciascuno, giusto perché Destiny è la mia vita e mi piace fangirlarci in modo assurdo.

E poi, non credete anche voi, come il sopracitato fantomatico personaggio, che le persone innamorate credano davvero a qualunque sciocchezza?

sabato 7 aprile 2012

Esiste una cura?

« Dottor Carucci… C’è un altro caso ».
« Ne è sicura? »
« Temo proprio di sì. I sintomi sono inconfondibili: accelerazione del battito cardiaco, rossore, dolori alla pancia, alternanza di momenti euforici ad altri di depressione, una leggera febbre, attacchi di nervosismo, crisi di nervi, pianti incontrollati, attimi di apatia, mancanza di appetito… Si possono addirittura scorgere dei lividi a livello cutaneo, sembra che non ci siano proprio dubbi ».
Mi tolsi gli occhiali, li appoggiai lentamente sulla scrivania e mi sfregai gli occhi con le dita molto lentamente, quasi dolorante. « Non è possibile, sono troppi. Sono troppi i malati e troppo poche le cure, non riusciremo mai a far guarire tutti i pazienti ».
L’infermiera si morse un labbro, senza sapere cosa rispondere; si limitò a poggiare una cartella sopra alla scrivania – l’ennesimo plico dell’ennesimo paziente – e uscì, fermandosi sulla porta solo per dire poche parole. « Il nuovo caso comunque è una ragazza, la trova nella stanza 208. La sta aspettando ».
Ci misi qualche istante per decidermi ad avviarmi nella camera della nuova degente. Che cosa avrei potuto dire ancora? Ripetere sempre le stesse parole in continuazione, regalare speranza per persone che probabilmente non sarebbero riuscite a uscire da quella devastante malattia… Era a dir poco straziante tutta quella situazione.
Aprii preoccupato il plico appena poggiato sulla scrivania, scorsi il nome – una certa Giulia Lucati – e l’età: diciassette anni appena compiuti. Mi si strinse un nodo alla gola leggendo quel numero: ormai erano sempre più giovani i malati.
Decisi di farmi forza (per la terza volta in quella giornata) e mi avviai nella stanza 208, ripetendomi mentalmente il discorso che avrei dovuto affrontare – come se non l’avessi per davvero pronunciato per una media di quattro volte al giorno negli ultimi sei mesi.
Aprii la porta della camera e mi trovai davanti ad una ragazza con i capelli castani e gli occhi azzurri, un po’ mingherlina e palliduccia, che mi guardò preoccupata. Era una bella ragazza, ancora ignara di ciò che la stava uccidendo; avrei voluto fuggire via per non essere davvero io a rivelarle il guaio della sua condizione.
« Giulia, giusto? »
« Sì » tremò appena.
Mi avvicinai al letto e mi sedetti sulla sedia solitamente riservata ai parenti. Stavo osservando le pareti della stanza – così bianche, così vuote, così pure e pronte a contenere la realtà di un morbo così devastante – cercando le parole con cui iniziare, quando Giulia mi scosse dal torpore anticipandomi.
« Che cos’ho? È grave? »
« Grave… non sai quanto » riposi debolmente, continuando imperterrito a guardare altrove. « Sei malata, Giulia ».
Mi parve sentire il cuore della ragazza per un momento fermarsi a sentire quelle parole, ma cercò comunque di dissimulare la tensione. « Di cosa? »
Passarono parecchi istanti prima che mi decidessi a rispondere. Era sempre una sensazione orribile la consapevolezza di dover dare la sentenza a qualcuno, specialmente se si trattava di una ragazza così giovane e innocente come sembrava essere lei.
« D’amore, Giulia. D’amore ».
Giulia sgranò gli occhi, incredula. « Non può essere possibile, sono stata attenta, ho seguito tutte le precauzioni che continuano a elencare durante gli spot pubblicitari di prevenzione… Non posso aver contratto questa temibile malattia ». Parlava agitatamente, colta dal panico. « Ne… ne è proprio sicuro? »
« Purtroppo sì, tutti i sintomi combaciano » sospirai. Sempre le stesse reazioni mi ritrovavo ad affrontare: il rifiuto iniziale del paziente, tutti dicevano che erano stati attenti. Come se tutti quegli spot pubblicitari potessero dare veramente dei metodi di prevenzione per non contrarre quella malattia!
« E… quanto durerà? » Alla televisione glissavano sempre su questo particolare, molto probabilmente per non mettere in allarme più del dovuto la popolazione.
Con la voce stanca e triste mi preparai a riversare tutta la verità su Giulia, prendendo un grosso respiro. « E chi può dirlo. Potrebbe durare solo alcuni giorni, settimane, mesi, anni, per tutta la vita. Nessuno può prevedere la durata della malattia d’amore, possiamo solo dire che quando ci entri non è così scontato che tu possa uscirne. E anche se sei talmente fortunata da guarire, potresti riportare dei seri danni nella tua vita futura. È una malattia così imprevedibile… » Mi passai una mano tra i capelli, ripensando a quanti malati affetti da quella patologia avevo visto in condizioni pietose, disperati, urlanti, mentre pregavano e invocavano pietà – inutilmente.
« Non c’è una cura? » Notai con rammarico il tono d’urgenza che la voce di Giulia stava assumendo.
« Ce n’è una, ma è così difficile, mia cara… L’unica speranza è trovare qualcuno che sia malato d’amore quanto te, che voglia guarirti e che voglia guarire grazie a te. Ma è una cosa più unica che rara, la maggior parte degli ammalati non iniziano nemmeno a sperarci, ormai. In questo mondo ci sono tantissime persone che soffrono d’amore, ma nessuno vuole guarire. Nessuno si rende conto che potrebbe benissimo togliersi tutto l’affanno, tutte le preoccupazioni che questo morbo procura guardandosi attorno e scorgendo qualcuno da amare… Oh, no, la gente pensa solo che quando è malata niente la possa guarire definitivamente ». I pensieri ormai stavano divagando sulla mia esperienza personale, e mi costrinsi a mettere un freno ai ricordi: il mal d’amore, in passato, aveva devastato persino la mia vita, e uscirne era stata probabilmente la cosa più difficile che avessi mai fatto. « Vedi, quando ti ammali d’amore sei convinto che l’amore stesso possa essere la tua unica soluzione per ritornare a stare bene, ma non è così. Dovresti cominciare a lottare contro di esso e cercare qualcuno che abbia così tanta forza come te che voglia accompagnarti in questa battaglia… Ma nessuno lo vuole veramente fare » conclusi, abbassando lo sguardo.
« Ma io voglio guarire! » Giulia era ormai in lacrime.
« Lo so » sospirai tristemente. E tra me e me aggiunsi: dicono tutti così.
« Quindi che cosa posso fare? »
Ognuno faceva sempre la stessa domanda. Perché? Perché farsi del male da soli ponendo un quesito che, sapevano bene, non portava risposta? Perché non arrendersi, perché semplicemente non normalizzare i battiti del cuore e cominciare a lottare con le proprie forze? Tutti cercavano sempre di sentirsi dire la lista delle cose da fare per stare meglio… ma non capivano che nessun dottore avrebbe mai potuto farlo. Ogni caso era singolare e a se stante, per ognuno di loro servivano delle leggi diverse, delle attenzioni diverse. Non c’era risposta al grande quesito, e proprio per questo avevo solo una parola in serbo per Giulia, che pronunciai con delicatezza, mentre piccole gocce d’acqua cominciavano a rigarle le guance ceree.
« Sperare ».



Niente Destiny, questa volta un semplice racconto made by me.
Lo pubblico perché era iniziato come uno scherzo, ma alla fine è stato riempito di significati ben più profondi di quanto avessi programmato.
Guarire? Per me è così difficile! Anche se ogni giorno continuo a sperare di trovare la mia cura. E voi? Che cosa ne pensate?
Un abbraccio, a presto,
Erica.

venerdì 9 dicembre 2011

Hai cominciato a crederci?

« Destino ».

« Hai cominciato a crederci? »

« Ho cominciato a sperarci » spiego, abbozzando un triste sorriso. Le lacrime ancora mi sovrastano e non riesco a distogliere lo sguardo da David e Suzanne. Le parole mi risuonano nella mente come ripetute all’infinito: ho cominciato a sperarci.
Quando ero piccola mia madre una volta mi aveva spiegato che il Destino lo aveva inventato l’uomo per attribuire le proprie colpe a qualcosa di più grande ed incontrollabile. Una divinità trascendibile come il Destino era il capo espiatorio di ogni incidente, di ogni sfortuna, di ogni fallimento. « Colui che crede nel destino » mi aveva detto, mentre si legava i capelli rossi in una trasandata coda, « ha trovato il modo di non darsi la responsabilità di nulla. Ogni suo errore viene da quest’ente soprannaturale e nessuno può far nulla per impedirlo. Quindi, perché sentirsi in colpa? »
Aveva anche detto che chi ci credeva era un codardo, ma io non credo di esserlo. Io spero che esista solo per non sentirmi inadatta, ancora una volta. Lo spero perché se il Destino esiste sul serio allora io non sono mai appartenuta a David, non era stato Scritto che ci amassimo. Non è che lui non mi ami perché io ho sbagliato, perché non ho fatto le cose corrette, non sono stata abbastanza simpatica o seducente, ma perché semplicemente non sono quella giusta. Quella giusta è Suzanne.                                                                                                                                      
{ Tratto da "Destiny", capitolo 24.

Eccomi qui. 
Mi chiederete perché ho iniziato riportando questo pezzo; forse perché voglio farvi conoscere un po' anche di cosa può parlare Destiny, ma in particolare perché oggi mi sono resa conto di quanto alcune cose combacino con i miei pensieri.
Non credo nel Destino personalmente ma a volte vorrei: chi non vorrebbe dopotutto avere una scusa per dire che le cose non vanno come ci si aspetta o come si spera semplicemente per un'ente trascendente? Non ci sarebbe più la responsabilità, ciò che accade non è conseguenza delle nostre stesse azioni, ma semplicemente perché è già deciso che deve essere così.
Eppure non posso credere al Destino, e la colpa continua a graffiare le pareti del mio cuore.